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COMMISSIONE DI MASSIMO SCOPERTO

 

Tale commissione, da una recente sentenza della Corte di Cassazione (Cass. Civ., Sez. I, Sentenza n. 870 del 18 gennaio 2006) è stata definite come la remunerazione accordata alla banca per la messa a disposizione dei fondi a favore del correntista indipendentemente dall'effettivo prelevamento della somma.

         La migliore dottrina sostiene che la commissione “ha carattere di corrispettivo dell’obbligo della banca di tenere a disposizione (del cliente) una determinata somma e per un tempo determinato”.

          Da ciò discende che essa va calcolata o sull’intera somma messa a disposizione della banca, ovvero sulla somma rimasta disponibile in quel dato momento e non utilizzata dal cliente.

          La banca, infatti, nel momento in cui assume l’obbligo di tenere a disposizione del cliente una determinata somma di denaro, per un tempo determinato, destina quella specifica somma afotolia_454089_xs quell’utente per la durata dell’affidamento, a prescindere della sua effettiva utilizzazione, poiché deve tenerla a disposizione di quel cliente (che la può utilizzare totalmente, ma anche parzialmente, in qualsiasi momento lo decida).

          La natura della CMS, come storicamente ed originariamente disegnata, imporrebbe che la banca percepisse una commissione sull’intera somma affidata (ad esempio cinque milioni), anche nel caso che il cliente non utilizzasse alcuna delle somme messe a sua disposizione dall’istituto di credito.

      Nell’ipotesi che il cliente, invece, utilizzasse solo in parte (tre milioni) la somma affidata (cinque milioni), la banca dovrebbe percepire un interesse corrispettivo per la somma utilizzata (tre milioni) ed una commissione per la residua somma tenuta a disposizione (due milioni).

     Oggi, però, contrariamente alla sua natura, la cms non viene calcolata sulla somma affidata o rimasta disponibile, bensì, al contrario, sulla somma massima utilizzata nel periodo (solitamente il trimestre) e per tutti i giorni del periodo di riferimento; in particolare, la citata dottrina sostiene che la cms è “conteggiata ad ogni chiusura di conto … in una misura percentuale sul massimo scoperto del periodo considerato e cioè sull’esposizione massima effettivamente raggiunta”.

Tale commissione, dunque, nella tecnica delle banche (ci piacerebbe poterla chiamare tecnica bancaria), viene definita come il corrispettivo pagato dal cliente per compensare l’intermediario dell’onere di dover essere sempre in grado di fronteggiare una rapida espansione nell’utilizzo dello scoperto del conto.

Tale compenso – che di norma viene applicato allorché il saldo del cliente risulti a debito per oltre un determinato numero di giorni – viene calcolato in misura percentuale sullo scoperto massimo verificatosi nel periodo di riferimento.

Il calcolo della percentuale di C.M.S. deve essere effettuato per ogni singola posizione, rapportando l’importo della commissione effettiva percepita dall’istituto di credito all’ammontare del saldo di conto corrente rappresentante il massimo scoperto sul quale è stata applicata la commissione.

La commissione massimo scoperto, quindi, viene rilevata trimestralmente separatamente in nota ai DD.MM. attuativi della Legge 108/96.

In verità, la inclusione nel calcolo del T.E.G. discende proprio dalla lettura sistematica della LEGGE 108/96, mentre l’esclusione della CMS dipende dalle circolari di Bankitalia (istruzioni per la rilevazione del tasso globale medio ai sensi della Legge sull’usura).

La tesi secondo cui pare corretta l’inclusione della cms nel calcolo del T.E.G. deriva, in ultimo e tra l’altro, da un nuovo disegno di Legge (ddl Bersani) che prevede all’art. 31, comma 2, che “le commissioni, interessi e provvigioni che prevedono una remunerazione per la banca per il prelievo di somme, rilevano ai fini dei tassi usurari”.

A ciò rileva aggiungere che anche con una recentissima risposta resa ad una interrogazione parlamentare (5-00529 del 2006) il Governo non ha potuto esprimere considerazioni circa l’esclusione della cms dal calcolo del TEGM. “Secondo il ministero dell’economia guidato da Tommaso Padoa-Schioppa, infatti, la cms deve essere valutata solo dal giudice in base all’andamento effettivo del rapporto. La cms non può rientrare nel calcolo del tegm perché la modalità di calcolo della stessa non ne permette la rilevazione ex ante, e in mancanza di un intervento del legislatore le istruzioni della Banca d’Italia sono l’unico riferimento utile per il calcolo tecnico del tegm” (cfr. Elisabetta Bargelli, “Usura, calcolo da fare caso per caso”, in Italiaoggi, del 23 dicembre 2006, pag. 26).

Gli intermediari, come le banche, che sono i destinatari professionali della normativa e delle circolari applicative della Legge 108/96, infatti, non possono, e non potevano, non essere a conoscenza di quali effetti producesse il diverso trattamento della CMS.

Ed, infatti, proprio l’esclusione artificiosa della CMS dal calcolo del TEGM ha determinato le variazioni degli interessi in ribasso, con aumento corrispondente delle stesse via via nel tempo: è stato un comodo mezzo usato dalle banche per eludere la normativa sull’usura, unitamente all’interesse moratorio.

In virtù di questa precisa presa di posizione della Giurisprudenza, fedele al dettato dell’art. 644 ter del c.p. (che esclude dal calcolo del costo del credito solo le imposte e tasse, ricomprendendo qualsiasi altra remunerazione), la Banca d’Italia ha dovuto clamorosamente ritornare sui suoi passi.

La circolare n. 12 del 2 dicembre 2005, finalmente, fa entrare in gioco la commissione di massimo scoperto, che fino a questa data era rimasta una rilevazione dimenticata: così, una lettera mandata dalla Banca d’Italia a tutti i capi delle filiali di tutte le banche ha acceso i riflettori su un gravosissimo costo che per anni ha consentito alle banche di lucrare illeciti guadagni (vedi nota sub. 1 per il testo integrale).

La stampa ha fatto in modo che il contenuto di Istruzioni, Circolari e Gazzette speciali fosse, finalmente, reso pubblico e portato a conoscenza dei cittadini.

Ma vi è di più. A sorpresa, allegato al Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze – Dipartimento del Tesoro – Direzione V – del 15 marzo 2006, avente ad oggetto i tassi effettivi globali medi relativi al trimestre dal 1° ottobre 2005 al 31 dicembre 2005, spunta, in una “Nota metodologica” sulla “Rilevazione dei tassi di interesse effettivi globali medi ai fini della legge sull’usura”, un paragrafo dedicato alla “Rilevazione degli interessi di mora”.

Come è consuetudine della Banca d’Italia, non si rileva, ancora, nella nota metodologica, quale sia la funzione e lo scopo di questa rilevazione (poiché non è esplicato l’utilizzo e le modalità del computo dello stesso ai fini dell’usura) e il motivo per cui gli interessi di mora si rilevino a parte dal TEG, malgrado, per costante  ed univoca Giurisprudenza, essi facciano parte del costo del denaro, sottoposto alla normativa dell’usura.

Tuttavia è significativo che il problema degli interessi di mora si sia posto.

In ogni caso questa parte delle “Istruzioni” non può fornire il destro, invocando una pretestuosa omogeneità di metodo, per sottrarre arbitrariamente dal computo del TEG, oneri che, secondo la legge, vanno computati.

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